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Incontri

Il bene ritorna

Lo ammetto, forse l’avevo nel sangue fin da ragazzo, ma ci sono voluti ben cinquant’anni per tirarlo fuori.
Ricordo i pomeriggi d’estate, quando per fuggire il caldo o forse per ritrovare me stesso, camminavo nel bosco fino alla baita di mio padre. Immergermi così nella natura mi faceva bene, mi rigenerava, e proprio lì, in quel luogo incantevole circondato dalle montagne, a picco sul lago, cominciai ad avvertire un desiderio, come una spinta verso chi soffre.

Sarà stata la formazione cristiana o che avevo visto mia madre aiutare i poveri di nascosto, sarà che dare una mano agli altri mi ha sempre reso contento, fatto sta che ad ogni colpo d’ascia che sferravo sulla legna, nel concentrato di forza che mi richiedeva quel gesto, sentivo rafforzarsi la convinzione che fosse quello il mio compito, la mia missione. Quando la legna era tutta accatastata in modo ordinato, il sudore mi scendeva lungo la schiena e le mani mi tremavo per la fatica, capivo che era il momento di tornare a casa.
Poi la vita mi ha travolto come un fiume impetuoso e ci ho nuotato dentro senza fermarmi mai, senza alzare la testa, mettendo a tacere quel desiderio infantile ormai lontano.

In tutto questo scorrere del tempo mi sentivo solo, i figli ormai grandi, un lavoro noioso, la solita vita e poi la morte di mia madre: un dolore troppo grande da sopportare.
Mio figlio più grande, dopo vari tentativi nel mondo del lavoro, ha trovato la sua strada nello sport come allenatore di basket, il più piccolo sta finendo le superiori e condivide con me la passione per la natura. Quante sere, dopo esserci occupati dei cani e degli altri animali, siamo rimasti seduti sui gradini di casa a guardare il cielo stellato, con i nostri sogni impigliati nei rami del noce, che aspettavano solo di volare via. Quante sere siamo stati lì nel cuore della notte senza parlare, perché noi siamo di fatti e di poche parole. Mentre però mio figlio aveva tutta la vita davanti, per me, che ne avevo già superato la metà, la strada era in salita e provavo una sensazione continua di fallimento e desolazione. Eppure, nell’inverno del mio cuore, sbocciò una nuova primavera. Mi sono sempre stupito di come la natura sia incurante dei sentimenti dell’uomo e prosegua il suo corso con continue rinascite.

I ciliegi erano in fiore la mattina che misi piede per la prima volta nel presidio della Croce Rossa Italiana.  L’aria frizzante mi solleticava i nervi mentre camminavo lesto lungo il viale alberato. Senza pensarci, entrai. Ero certo che fossero state le mie gambe, più che la mia testa, ad avermi portato lì. Lungo il corridoio mi sfiorò il pensiero che ad aver bisogno di aiuto forse ero proprio io, lo conoscevo bene quel pensiero e l’avevo già allontanato più volte. Una ragazza bruna, minuta e sorridente, uscì da una stanza e mi venne incontro allungando la mano per stringere la mia: “La stavamo aspettando”.  Parole che suonano strane a chi entra in posto per caso, ma non aveva importanza.  Mi accompagnò dal responsabile con cui ebbi un breve colloquio, al termine del quale mi diede il benvenuto nel suo Comitato.
Tutto quell’entusiasmo mi indispettiva un po’, precisai che volevo solo qualche informazione sul corso di primo soccorso, nulla di più.

Non mi era ancora ben chiaro – forse a loro sì – che quello era l’inizio di un nuovo percorso, di una nuova avventura, o più esattamente della mia nuova vita.
Iniziavo da zero, non avendo alle spalle alcuna esperienza in ambito sanitario o sociale, frequentavo tutte le lezioni e studiavo con assiduità ed impegno; ricordandomi che ero svenuto più di una volta alla vista del sangue, mi era già molto chiaro che avrei dovuto rimboccarmi le maniche fin da subito.
Il gruppo di formatori e volontari era affiatato, mi coinvolgeva. Mi bruciava dentro un entusiasmo, una grinta, una grande voglia di fare e fare bene.
Poi, puntuale, sotto cieli nuvolosi arrivava lo sconforto, si accumulavano le difficoltà di comprendere e mettere in atto anche le più semplici azioni, entravano in campo i miei limiti e lo scoraggiamento si faceva strada nella mia testa.
Trascorsi mesi di alti e bassi in preparazione agli esami, superai lo scritto, ma alla prova pratica fui bocciato.
Fu la fine di un sogno.

Mi ritirai nella mia baita nel bosco a riflettere, il paesaggio mozzafiato che si apriva davanti a me strideva con la rabbia e la frustrazione che provavo e non mi davo pace. Nonostante il sole splendesse alto nel cielo, per me furono giorni bui.
Avevo tentato una strada troppo difficile, ero caduto e non ero più così giovane per rialzarmi e ricominciare.
Quando ormai avevo deciso di mollare tutto, cominciai ad avvertire una certa serenità, alquanto insolita per un animo inquieto come me, era come se un vento mi soffiasse via i brutti pensieri. Stavo per ore seduto su una vecchia sedia impagliata, il silenzio era rotto soltanto dal frinire dei grilli che tacevano solo quando calava la notte. Unica compagnia il mio cane, che continuava a girarmi intorno scodinzolando in attesa di una carezza. In quelle sere di prima estate una piacevole sensazione mi avvolgeva teneramente, come se qualcuno mi volesse bene.
Ripresi i libri e ricominciai a studiare, questa volta con più determinazione, sentii che potevo ancora farcela, che qualcuno contava su di me. Ad ottobre superai l’esame.
Ero un volontario della Croce Rossa Italiana, pronto a cominciare il mio servizio.
I primi interventi non furono semplici, compresi presto che l’esperienza è fondamentale in certe situazioni e  non so se ce l’avrei fatta senza il supporto del mio gruppo. Col tempo imparai anche quello che sui libri non è scritto e ai corsi non possono insegnare.
Le situazioni più difficili da affrontare erano gli incidenti stradali, per l’imprevedibilità e la cruenza, per le dinamiche sempre diverse, per le persone coinvolte.

Le notti in Croce Rossa sono di poche parole, di attesa e condivisione, le nostre quattro mura trasudano emozioni intense e mai uguali. Poi arrivano le chiamate come fulmini a ciel sereno e partiamo, stanchi o riposati, mettendo da parte ogni cosa, ogni storia personale, ogni timore, compatti con l’unico obiettivo di portare il nostro aiuto in tempo, perché il tempo a volte è il nostro peggior nemico.
Dopo la chiamata, cerco di immaginare quello che mi troverò davanti all’arrivo, ripasso le priorità, i protocolli, schiaccio l’acceleratore dell’ambulanza e della mia testa, mentre tutto il mondo resta fuori, mi concentro per fare il mio dovere. Qualche volta arriviamo in ospedale trafelati e prima di allontanarci sussurriamo che andrà tutto bene a chi si affida a noi come fossimo angeli venuti dal cielo. A volte dobbiamo rinunciare e tornare col cuore gonfio di amarezza e dolore. La domanda che non trova risposta e m rimbomba nella testa è sempre la stessa: “Perché?”. Il dolore ci rende tutti così indifesi, così impauriti, così soli. Lascio sempre una carezza prima di andare.

Con il passare dei mesi la mia vita cominciava a rifiorire e a tingersi di nuovi colori: erano i colori della solidarietà, dell’umiltà, del servizio, della pazienza , del coraggio e dell’allegria. Potrà sembrare strano, ma in Croce Rossa è importante essere allegri, è lo stato d’animo necessario per affrontare le sfide di ogni giorno e l buon umore contagia tutti.
A quasi sessant’anni avevo trovato il mio posto nel mondo, fatto di sentimenti autentici e di verità, un luogo dove la porta è sempre aperta e quando il telefono squilla c’è sempre qualcuno che risponde, dove ognuno è accolto senza pregiudizi, senza riserve, così com’è. Mi sentivo finalmente sereno, ma il destino non aveva finito con me.

Una sera d’estate, in cui il sole che filtra tra le nuvole regala stupendi tramonti arancioni sul lago, ricevetti una telefonata diversa dal solito. Mi comunicavano che era appena accaduto un incidente a pochi kilometri da casa … il buio … la folle corsa, l’intervento sul posto, una jeep ribaltata e completamente distrutta: era la mia. Arrivai senza fiato, il lago infuocato si era fatto scuro dopo il tramonto, sentivo la morte nel cuore.
Mentre cercavo con lo sguardo un segno di vita all’interno dell’auto, una voce alle mie spalle mi chiamò: “Papà!”. Un brivido mi corse lungo la schiena, mi voltai incredulo e col viso bagnato di lacrime abbracciai e baciai mio figlio.
Restammo lì, vicini, aspettando l’ambulanza, come sempre senza parlare sotto un cielo di stelle che sembrava cadesse su di noi. La vita in un attimo mi aveva tolto e restituito mio figlio sano e salvo dopo lo schianto e l’unica cosa che riuscii a pensare fu: “Ti ringrazio, Signore”.

Non c’è giorno da allora che non ripensi a quella sera, la mia presenza in Croce Rossa si è fatta più assidua perché non voglio sprecare un attimo di tempo, voglio essere vicino a chi soffre e donare un po’ di coraggio proprio là dove ce n’è più bisogno. Mi prendo a cuore ogni storia, ogni sofferenza, ogni fragilità, perché ora so che su ogni strada, in mezzo ad ogni incidente, in ogni situazione difficile potrei trovare mio figlio.
Spendere la vita per gli altri è il mio sogno che si realizza ogni giorno, è il senso che ho a lungo cercato , dentro di me non ho più alcun dubbio:  il bene che si fa non va mai perso, circola nel mondo e ritorna inaspettato, abbondante e generoso a chi l’ha donato.

 

Storia vera di Claudio raccolta da Francesca Stucchi pubblicata sul n. 26 di Confidenze - 1 giugno 2019

 

Chi sono

Appassionata di scrittura, nata per comunicare esperienze pensieri riflessioni, amante delle profondità della vita e dei suoi segreti, coraggiosa ricercatrice di verità anche quando fanno male, disposta a mettere tutta me stessa in quello che faccio, pronta ad emozionarmi sempre.

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