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Gravidanza

Le amiche dell'attesa

Tutto cominciò un sabato pomeriggio d’autunno, ero al sesto mese di gravidanza, con quella luce negli occhi che hanno le mamme in attesa, qualcosa però non andava: contrazioni, una corsa in ospedale, una visita, una flebo e la corsa verso un altro ospedale. Dicevano che stavi per nascere ma eri ancora molto piccolo, pesavi solo ottocento grammi.

Accadde tutto così in fretta… dentro di me si scatenò una tempesta tra la fragilità dei sogni e la forza della vita. Catapultata nel reparto maternità, tenevo gli occhi ben aperti e una mano sulla pancia per proteggerti. Non ero più sola, ero già una mamma, la tua mamma e avrei fatto qualsiasi cosa per te. Sapevo cosa significava perdere un figlio.
Ci attendevano lunghi giorni, li avrei aspettati tutti pur di abbracciarti un giorno, finalmente.

Mi sentivo una tartaruga che cammina lenta lenta e di tanto in tanto mette la testa fuori dal guscio e si guarda  intorno impaurita, così camminavo a piccoli passi nel corridoio.
Dopo la solitudine dei primi giorni, arrivò nel letto accanto al mio una giovane donna dagli occhi verdi,  mentre parlava il suo sguardo si perdeva nel vuoto, come se i suoi pensieri volassero altrove. Mi raccontava di sua figlia di tre anni, insegnandomi quanto può essere diviso il cuore di una mamma tra la bambina che ha lasciato a casa e quella che ha nel pancione. Ci si può sentire sole anche col mondo intorno quando non si è comprese e amate nel profondo.

Un mattino, dopo colazione, notai una ragazza bionda appoggiata al muro, sembrava così triste e sola, così mi avvicinai. In realtà aveva voglia di raccontare la sua storia, la voce le tremava, ma continuava a parlare quasi temesse di non arrivare alla fine: aveva tanto desiderato questo bimbo ma un giorno sfortunato il sacco che lo conteneva si era rotto e pian piano usciva il liquido amniotico; le speranze che il piccolo sopravvivesse erano esigue. Andavo a trovarla nella sua stanza, ci facevamo compagnia; mi sentì così in colpa il giorno che le raccontai un aneddoto divertente e la feci ridere… ma lei non si arrabbiò, mi disse che quella risata le aveva fatto proprio bene, quando il destino per il suo piccolo era ormai segnato.

I giorni passavano lenti, tutto poteva accadere. Una notte, quando la luna se ne stava nascosta dietro a un temporale, arrivò una cara amica per dare alla luce il suo primo figlio. Restai con lei durante il travaglio, il coraggio, anche se non ce l’hai, in quei momenti, ti viene. Certe notti sono uniche e speciali e ti restano dentro per non farsi dimenticare.
Il mattino seguente tenevo in braccio il suo cucciolo appena nato, domandandomi se quel giorno felice sarebbe arrivato anche per me.

Intanto scoprii che qualcosa per noi non andava, non crescevi abbastanza e avrebbero dovuto farti nascere in anticipo. Un nuovo dolore si sdraiò sopra il primo, quasi a ricordarmi che le cose più belle devono essere a lungo desiderate. Pensai che non c’è niente di più terribile per una madre di non poter far nulla per proteggere suo figlio.
La notte non riuscivo a dormire, per i battiti amplificati dai monitoraggi e le urla delle donne in travaglio, le corse dei dottori e il bisbigliare delle ostetriche o forse semplicemente perché volevo sentirti dentro me e assicurarmi che stessi bene.

Ogni giorno nuove mamme arrivavano e se ne andavano. Un mattino arrivò una ragazza dalla montagna, la trasportarono d’urgenza in elicottero; non era la prima volta, il suo bambino sembrava dovesse nascere da un momento all’altro, invece poi il pericolo rientrò; con noi scherzava sugli emozionanti voli verso l’ospedale, ma ogni volta era un viaggio col cuore in gola e tanta paura.
Un giorno bussò alla porta della mia camera una cugina di cui avevo solo ricordi di bambina, entrò in silenzio, quasi in punta di piedi. Era venuta per un controllo e, avendo saputo che ero lì, mi aveva cercata per salutarmi. Aspettava la sua seconda bambina e aveva il termine quindici giorni dopo di me. Ricordo la dolcezza e la complicità di quell’abbraccio pancia a pancia, quando ancora non sapevo, e non sapeva, che durante il parto avrebbe perso la vita, lasciando nella sua famiglia un vuoto immenso e nella mia testa mille perché. Di lei ho solo quell’abbraccio ma lo tengo tra le cose più preziose nel profondo del mio cuore.

Intanto si avvicinava il Natale e noi che eravamo ricoverate lì da un po’ eravamo diventate una famiglia. Abbiamo preparato l’albero e il presepe per chi sarebbe rimasta e chi sarebbe arrivata; mio marito ci aiutò a sistemare le luci e ognuna di noi fece la sua parte per renderlo più bello, quasi stesse preparando la culla per il suo Gesù Bambino.
Prima di Natale fui dimessa, è stato un Natale semplice, senza festa, non sapevo ancora che le cose per noi, contro ogni previsione, sarebbero migliorate. L’ultimo giorno dell’anno dall’ecografia videro che eri tanto cresciuto e stavi bene, cominciai a credere che ce l’avremmo fatta, amore mio!

Quando tornavo in ospedale per i controlli, le mamme che erano ancora ricoverate mi aggiornavano sugli sviluppi: trovavo  lacrime silenziose da consolare e pance vuote da abbracciare, mamme che avevano visto infrangersi il loro sogno, altre che restavano aggrappate a un filo di speranza; qualcuna era lì, da giorni e giorni, a guardare il suo scricciolo nell’incubatrice in attesa di potergli fare una carezza.
Tu sei arrivato alle prime luci dell’alba una mattina di febbraio, sotto un cielo che prometteva neve, sano e bellissimo! Ti abbiamo chiamato Pietro per augurarti di essere forte come una roccia e lo sei stato fin dall’inizio.

La tua nascita ha portato via i dubbi e le paure inondando di luce la nostra vita. Finalmente ho potuto stringere fra le braccia il mio miracolo che profumava di latte. Ti ho tenuto a lungo sdraiato sul mio cuore, respirando la felicità.
Ritrovai la ragazza dagli occhi verdi, la sua bambina è nata un giorno dopo di te, un regalo del destino che ha gettato le basi di una nuova amicizia.
Un giorno bellissimo anch’io sono tornata a casa con un ovetto pieno d’amore!

Era finita l’avventura nel reparto maternità e ci sarei tornata due anni dopo per dare alla luce la tua sorellina.
Certe notti la mente sorvola ancora quei luoghi, rivede il viso di quelle mamme, si affacciano i ricordi di un mondo fuori dal mondo, di storie in cui gioia e dolore si intrecciano e si confondono, di momenti in cui la vita ti attraversa come una spada cambiandoti per sempre. Sono passati dieci anni ma quelle emozioni di tanto in tanto tornano a scompigliarmi il cuore.
Ora, caro Pietro, guardo te e la tua sorellina che colorate le nostre giornate con tinte nuove, inaspettate, e mi gusto ogni momento mentre vi fate grandi. Sono una mamma premurosa, consapevole e felice.

Qualche volta sento ancora dentro di me l’intensità di quei frammenti di vita condivisi con le donne che ho incontrato: donne forti all’improvviso per affrontare l’imprevedibile, donne ferite che si rialzano e ricominciano da zero, donne inconsolabili per un dolore troppo grande, donne che amano, donano, pregano, gridano e danno tutte se stesse per poter un giorno sentire una vocina tenera tenera che le chiami “mamma”.

Storia vera pubblicata sul n. 43 di Confidenze

Chi sono

Appassionata di scrittura, nata per comunicare esperienze pensieri riflessioni, amante delle profondità della vita e dei suoi segreti, coraggiosa ricercatrice di verità anche quando fanno male, disposta a mettere tutta me stessa in quello che faccio, pronta ad emozionarmi sempre.

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