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Storie vere

Fidati di me

A diciassette anni quando suona il citofono alle nove di sera il cuore batte forte: “Sarà il ragazzo fantastico con gli occhi scuri che mi ha chiesto di uscire” Pensai. Invece no, per me non fu così.

Le favole che raccontava mamma prima di addormentarmi le ho dimenticate presto, a dodici anni avevo già fatto a botte con la mia miglior nemica, a quindici ero già stata tradita, ma il destino più terribile aveva appena suonato il campanello.

Scostai leggermente la tenda e sbirciai con un occhio solo, mia madre intanto aprì. Udii passi ritmici, quasi metallici, salire rapidamente le scale, dall'angolo del soggiorno vedevo uno spicchio d'ingresso, quanto bastava per individuare chi fosse. La luce della luna mi colpì alle spalle filtrando inopportuna dalla tenda un poco aperta, la richiusi immediatamente.
"Signora B…?" Pronunciò una voce profonda "È in casa il Signor T…?". Mia madre aprì la porta senza esitare. In quell'istante vidi mio padre affacciarsi in soggiorno e la punta di una scarpa nera andargli incontro. Fu come un fulmine a ciel sereno e mi tappai le orecchie appena in tempo prima che il tuono mi spaccasse il cuore. Poco dopo vidi mio padre uscire tra due carabinieri, non si voltò e non disse una parola.
Mia madre corse alla finestra, spostò bruscamente la tenda e si affacciò. Io invece restai immobile cercando di capire se il mio cuore avesse davvero smesso di battere. Non provavo rabbia, né dolore, solo un nulla largo, straziante, irrimediabile che dilagava fuori e dentro di me.
Quando mamma si voltò sembrava terrorizzata, l'abbracciai delicatamente, mi sembrava un sottile vaso di cristallo che sarebbe andato in mille pezzi se l’avessi stretto troppo.

Non so se sapesse, non parlammo, fece un sacco di telefonate e pianse a lungo, mentre io mi ritirai nella mia stanza, accesi il pc e digitati nervosamente il nome e il cognome di mio padre, sbagliandolo due volte, nonostante fosse il mio.
Comparve una pagina con il suo curriculum e nient'altro, nemmeno una foto: mio padre non postava niente, era un uomo cordiale ma riservato, non parlava mai di faccende personali. Lavorava sodo per la sua azienda e, nel tempo libero, si dedicava a me quanto bastava per farmi sentire che mi voleva bene. Le cose con mamma non funzionavano da tempo, ma nemmeno litigavano, forse si sopportavano a vicenda più per convenienza che per amore. L’ho sempre ammirato per la capacità di non scomporsi e di non farsi travolgere dalle situazioni, gli invidiavo quel distacco che gli permetteva di non soffrire e di conservare le energie per andare avanti. Io invece sono una ragazza sensibile, empatica, predisposta più a dare che a ricevere, sempre sull’onda delle emozioni, anche se per la maggior parte erano negative. Forse perché quel ragazzo dagli occhi scuri non ha mai bussato alla mia porta o forse perché ho sempre sentito il dolore della gente bruciare sulla mia pelle. Questo coinvolgimento nelle vite complicate degli altri però mi succhiava tutte le energie e spesso mi sentivo così spossata che la mattina non riuscivo ad alzarmi ed ero costretta ad inventare qualche malanno per giustificare l’assenza a scuola.


Con mio padre avevo un buon rapporto: tra noi stima e complicità, rispetto e fiducia, scambi di punti vista, poche parole, ma contatti sinceri. La sera veniva ancora a darmi il bacio della buonanotte.
Dovetti attendere l'alba e aggiornare quella maledetta pagina internet per trovare l'articolo che parlava di lui.  "Svolta nel caso ...: T… arrestato". L’articolo diceva ben poco sui fatti, del resto ormai noti. Si trattava di corruzione, di un giro di tangenti che, ahimè, vedeva coinvolto anche lui.
Nella testa mi frullavano pensieri aggrovigliati e confusi e nel buio mi apparivano sconosciuti dai volti arrabbiati con i pugni alzati che urlavano additando la mia famiglia: “Ladri!”.
Non chiusi occhio quella notte e uscii prima dell'alba. Volevo farmi un giro prima di andare a scuola, l'aria fredda congelava i brutti pensieri e a quell'ora non avrei incontrato nessuno che potesse intravedere nel mio sguardo assente, nei capelli arruffati e nel passo svogliato il mio segreto.
Il cielo era soffocato da nuvole dense e scure che s’ingrandivano a vista d’occhio, non filtrava nemmeno un raggio di luce ed ebbi il timore che l’alba non sarebbe sorta mai più.
Allungai la strada per riordinare i pensieri e ricostruire i fatti nella mia mente. Mio padre era assai dedito al suo lavoro, non andava mai a dormire senza aver concluso quello che doveva fare, certe notti lo vedevo seduto alla sua scrivania studiare e appuntarsi i pensieri sul piccolo quaderno blu che portava sempre con sé.  Mi ripeteva spesso che abbiamo molte responsabilità nei confronti degli altri e che sottrarsi ad esse ci rende vili, che le situazioni difficili sono la linfa che nutre la pianta e la rende robusta. Mi aveva insegnato che attraverso il lavoro quotidiano e assiduo possiamo davvero cambiare il mondo, o almeno un pezzetto di esso.

Eppure in un giorno d’estate, con l’afa che stritola e non fa respirare, avevo perso tutte le certezze e i buoni insegnamenti, avevo perso mio padre.

Arrivata a scuola cercai di comportarmi nel modo più naturale possibile per non destare sospetti, dissi solo che avevo mal di testa, per evitare domande. Nessuno sapeva ancora, ma quanto poteva durare il segreto?
Il giorno seguente andai in carcere con mia madre, avevamo a disposizione pochi minuti a testa per parlare con lui. Parlare di cosa? Mi domandavo. Non sono una che si suggestiona facilmente, ma entrare in carcere è spaventoso. Mi capita ancora di avere incubi tremendi ambientati in quel luogo così infimo, completamente isolato dalla città anche se si trova al suo interno.
Quando la porta si chiuse alle mie spalle intuii di essere arrivata all’inferno: il rumore delle porte che sbattevano, gli ordini impartiti a monosillabi incomprensibili, i corridoi stretti e lunghi, l'odore schifoso di chiuso e disinfettante. Tenevo sottobraccio mia madre, sperando che non svenisse all’improvviso. Attendemmo mio padre in una stanzetta umida, il volto di mia madre illuminato dalle luci al neon pareva privo di circolazione sanguigna e mi chiesi perché non si fosse messa almeno un filo di trucco. Mio padre apparve come un fantasma a quadretti dietro la grata, con la barba incolta, improvvisamente invecchiato. L’unica cosa che sembrava ancora appartenergli erano gli occhi verdi che spiccavano come laghi di montagna in quel non colore, intoccati dal dolore.
Avevo in mente solo una parola e fu l’unica che dissi: "Perché?" Mi rispose con un filo di voce: "Non ho commesso alcun reato". Ecco cosa mi bruciava di più: il fatto che mi mentisse, che non si fidasse di me.


Non era l’uomo forte che mi aveva insegnato a camminare tenendomi per mano, che mi aveva parlato del bene e del male, spronata a lottare e a credere in me, non era il padre che veniva a prendermi nel cuore della notte, che si alzava presto per accompagnarmi all’aeroporto, che non chiedeva eppure sapeva praticamente tutto di me. Era un altro, uno sconosciuto, che ne stava lì inerme, schiacciato da una pesante accusa.
I giorni che seguirono furono terribili, surreali. Mamma non si dava pace, io mi trascinavo a scuola e nei pomeriggi amari non facevo altro che scarabocchiare fogli che poi buttavo via, cercando di comporre un disegno che non mi riusciva. A scuola nessuno mi domandò di mio padre, pensai che fosse stata la mia insegnante di italiano a dire a tutti di non parlarne. Era una brava professoressa, sensibile e attenta, e penso l’abbia fatto per proteggermi. Passarono alcuni mesi prima del processo, mesi di interrogatori, avvocati, ricostruzioni, incubi.
Non ero riuscita a farmi un’idea precisa dell’accaduto, nonostante avessi raccolto tutte le informazioni che avevo trovato sul caso, avessi confrontato, ipotizzato e riflettuto su ogni dettaglio. Concludevo che probabilmente erano molte le cose che non sapevo di mio padre e le sue poche parole nascondevano misteri incomprensibili.
Il giorno della conclusione del processo mamma era così nervosa che non riusciva a stare ferma, passava da una stanza all’altra riordinando ciò che era già a posto; era tirata in volto, eppure bella, troppo magra, ma elegante nel suo vestito beige annodato in vita.
Anch'io mi ero sistemata i capelli e avevo indossato un completo nuovo che assecondava le mie forme e mi dava un’aria semplice e fine. L'udienza in tribunale fu lunga e dolorosa, ricordo poco, ma non distolsi lo sguardo da mio padre impassibile di fronte alle accuse. Emersero elementi nuovi, particolari di cui non ero a conoscenza e sembravano favorevoli alla posizione dio mio padre, ma la spada della condanna pendeva sulla sua testa ed io ero solo una spettatrice impotente.


Alle sei di pomeriggio fu pronunciata la sentenza. Fuori si era scatenato un potente temporale estivo, ma a me non importava, tanto non sarei tornata a casa, non senza mio padre. Ci avevo pensato a lungo, avevo da poco compiuto diciotto anni, ovviamente non c’era stata alcuna festa, ma la maggiore età era comunque arrivata. Ero libera, libera di pensare, di decidere, di andarmene.
Sarei partita quella sera stessa, sicura che mia mamma, pur soffrendo, mi avrebbe capita, come aveva fatto sempre, anche quando avevo scelto di iscrivermi al liceo artistico, invece che al classico come avrebbe sperato. Un’amica, che si era trasferita in Inghilterra qualche anno prima, si era offerta di ospitarmi per il tempo sufficiente a cercarmi un lavoro e una sistemazione. Mi sembrava un’ottima occasione per dare un taglio al passato e ricominciare da zero.
Osservavo mio padre cercando di fotografare nella mente i lineamenti del suo viso, la forma delle sopracciglia, l’attaccatura dei capelli, la carnagione scura, le labbra disegnate, tutti particolari che adoravo rivedere in me e che, anche da lontano, avrebbero tenuto vivo il ricordo.
Mi scoppiava il cuore quando i giudici si alzarono in piedi, stringevo la mano gelata di mia mamma e cercavo di concentrarmi sulla respirazione.  Le parole del giudice arrivarono come una grande onda che s’infrange sulla spiaggia e cancella ogni impronta: “Assolto perché il fatto non sussiste”. Mia madre mi guardò incredula, le brillavano gli occhi, era felice come non l’avevo vista mai. Pensai che in fondo lei e mio padre si volevano bene.
Nascosi il viso tra le mani, vergognandomi di non avergli creduto, di essermi convinta così facilmente di quello che gli altri avevano pensato di lui, di aver dato valore all’opinione di estranei, anziché alla verità di mio padre, alle sue poche parole umili ma sincere. Mi vergognai di essere diventata la figlia di un corrotto senza nemmeno obiettare, senza ribellarmi, senza rivendicare la mia dignità. Esitai un attimo, ma mio padre mi cercò con lo sguardo e allora corsi verso di lui e lo strinsi forte forte a me. Sentii le sue lacrime calde mischiarsi alle mie e scendere sulle nostre guance, sciogliendo tutto il dolore come neve al sole.


Papà mi perdonò così, prima che gli chiedessi scusa, per il troppo amore che aveva per me.
In quell’istante mi resi conto di quanto sia facile voltare le spalle alle persone che amiamo proprio quando hanno più bisogno di noi e di quanto sia difficile fidarsi fino in fondo e senza condizioni. Eppure senza fiducia non è amore.
Uscendo dall’aula incrociai il sorriso luminoso della mia professoressa che mi era sempre stata vicina, in quel periodo buio era l’unica persona con cui passavo il tempo volentieri senza sentirmi giudicata o compatita. E quel giorno era lì col suo allegro vestito a fiori, come avesse già saputo che sarebbe andata così.
La città si era rianimata dopo il temporale, i palazzi spuntavano dalle nuvole basse, i viali si erano riempiti di biciclette e i ragazzi si riunivano attorno ai tavolini fuori dai locali per l’aperitivo.
Sotto un cielo arancione tornammo a casa, stringendo tra le dita la promessa di una nuova vita.

Storia vera pubblicata sul n. 42 di Confidenze - ottobre 2019 - diritti riservati

Chi sono

Scrittrice, nata per comunicare esperienze pensieri riflessioni, amante delle profondità della vita e dei suoi segreti, coraggiosa ricercatrice di verità anche quando fanno male, disposta a mettere tutta me stessa in quello che faccio, pronta ad emozionarmi sempre.

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